Sebastian Vettel, l’alba di una nuova era

E’ sempre sbagliato fare paragoni fra epoche diverse; Senna, Schumacher, Lauda, Clark appartengono ad ere tecnologiche e sportive marcatamente differenti fra loro e dipingere il nuovo bicampione del mondo come “l’erede naturale di” ho la netta sensazione che sia un errore.
Sebastian Vettel non è il nuovo Schumacher.
Schumi era una macchina da guerra sotto ogni punto di vista; Vettel lo è in gara, nel senso che nove volte su dieci se parte in testa arriva in testa, senza sbagliare una virgola. Schumi però questa rabbia agonistica la trasferiva in fabbrica, tra i meccanici, nelle giornate di test; Vettel è sulla buona strada, ma da questo punto di vista appare diverso. Non ha ancora trascinato un team al mondiale battendone un altro più forte (come fece Schumi nel 2000 e 2001 per intenderci).
Ma non è una colpa, sia chiaro.
Sebastian Vettel non è il nuovo Senna.
Ayrton aveva un approccio mistico al suo mestiere. Senna trasmetteva sull’asfalto i tratti di una vera e propria missione che, secondo lui, Dio gli aveva dato; vincere il mondiale.
La malinconia albergava costantemente sul suo volto e nelle sue parole; Vettel non è cosi.
Sebastian appare sempre tranquillo e rilassato, il suo mestiere lo carica ma lo rende visibilmente disteso, soprattutto ora che sta andando tutto bene.
La cosa che li accomuna maggiormente è la straordinaria velocità in qualifica.
La pole position, per intenderci, è un vizio che li unisce.
Sebastian Vettel non è il nuovo Prost.
Il Professore era di un’altra pasta; non migliore, ma diversa. Alain era fin troppo poco funambolo, non esaltava le folle, ma piazzava prestazioni di altissimo livello figlie di una capacità di preparazione della gara altamente professionale.
Vettel ha più velocità, è più aggressivo; un sorpasso all’esterno su Alonso con due ruote sull’erba forse Prost non lo avrebbe mai fatto; avrebbe vinto lo stesso la gara, ma avrebbe atteso qualche giro studiando il momento migliore per andare in testa.
Infine Prost era un abilissimo politico; Vettel, per sua fortuna, questa cosa la lascia fare ad altri.
Sebastian Vettel non è il nuovo Mansell.
Il Leone era l’opposto di Prost; tutto istinto, poco raziocinio, risse in pista e piede pesante.
Una goduria per i tifosi. Lui si che avrebbe passato Alonso all’esterno a Monza e forse con tutte e quattro le ruote sull’erba.
Vettel è meno aggressivo dell’Inglese, rischia di meno, ragiona di più; sa alzare il piede quando necessario e sa abbassarlo quando ce n’è bisogno.
Mansell era un personaggio da pub Inglese, con un cuore grande cosi.
Sebastian sotto questo aspetto è anni luce da lui.
Ma allora a chi somiglia Vettel? Ha la velocità di Senna, la capacità di martellare ritmi impossibili di Schumacher, l’intelligenza di Prost, la fame di Mansell, ma non porta marcatamente i tratti di uno di questi quattro.
Probabilmente il pilota che più gli somiglia è Mika Hakkinen.
Velocissimo, sereno e tranquillo fuori dalla monoposto, capace di vincere due mondiali di fila contro un pilota (Schumacher) che in quel momento aveva la macchina inferiore alla sua (a Vettel succede con Alonso), cattivo quanto basta, capace di sorpassi straordinari (rcordate Spa 2000?) e di crescere insieme al suo team.
Hakkinen però si è fermato a quota due mondiali; quando Schumi ha avuto la monoposto migliore ha azzannato titoli a ripetizione. Vettel deve ancora dimostrare di poter battere un avversario del suo calibro su macchina inferiore, ma ha dalla sua l’età.
A 24 anni sta ancora migliorando; Adrian Newey, progettista della sua monoposto, dice di lui che non commette mai lo stesso errore e che ha una grandissima capacità di assorbire informazioni ed imparare cose nuove.
Il presente ed il futuro sono dalla sua, ora sta a lui confermarlo.